Bee yourself
serie "deficienze"

autore Stefano Dal Secco
data 16 Giugno 2017
discipline Intersezioni / Psicologia

C’era un meme che girava su Facebook qualche anno fa (credo che a quei tempi non si chiamassero neanche ancora “meme”). Recitava: “Sii sempre te stesso. A meno che tu non possa essere Batman. In tal caso, sii Batman”.

Ricapitolo un momento il senso di questa serie di interventi, “per chi si collega solo ora” (come dicono alla radio).

Il mondo, la società in toto, o più precisamente le regole intorno alle quali il mondo si (auto)organizza, cambiano con una rapidità che noi non riusciamo a gestire. E così rimaniamo sempre in arretrato, applicando paradigmi antichi a un contesto per il quale sono completamente inadeguati.

Su una scala temporale “media”, dicevo che noi sapiens viviamo qui, oggi, mentre per certi versi i nostri istinti e i meccanismi psicologici di base, non hanno avuto modo di aggiornarsi granché da quando abitavamo la savana e lo scopo della vita di ogni esemplare era 1) arrivare vivo a domani 2) avere qualcosa da mangiare stasera.

Questa settimana invece stavo pensando che un processo simile lo possiamo applicare anche a una scala molto più ravvicinata. Diciamo una cinquantina d'anni.

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, esplode la controcultura e la ribellione giovanile. Si accorciano le gonne e la distanza tra ragazzi e ragazze. Non se ne può più delle regole rigide dei padri. Si vuole abbattere il sistema. Ma soprattutto, la controcultura dice che ognuno si deve “guardare dentro”, che ognuno è differente e ognuno ha la sua strada da percorrere, che è diversa da qualla di chiunque altro. Non esistono regole, non esistono confini, non esiste nulla se non te stesso.

Sembrava avere un senso. Molti di noi, che sono cresciuti subito dopo quell’esplosione atomica delle coscienze e dei comportamenti, si sono abituati a pensare che era davvero un bel colpo di fortuna, essere sbucati fuori dalla pancia della mamma nella parte finale del “secolo breve”, quando si poteva fare sesso con chi volevi senza finire in galera, andare al lavoro senza cravatta e non essere licenziati, dire le parolacce quando ti pareva.

Sono trascorsi solo pochi decenni e oggi metà dei libri venduti su Amazon sembrano trattare della scoperta e dell’affermazione di sé, di autostima, autenticità. Be yourself! Sii te stesso! Trova dentro di te le risposte! Stai fedele a te stesso! Puoi arrivare dove vuoi! (Il progresso dilaga, inoltre, e oggi tutti dicono le parolacce e sono sgarbati).

 

Errori di merito

Sono trascorsi solo pochi decenni e “il sistema” si è mangiato prima Elvis Presley, poi John Lennon, poi addirittura Charles Manson. Non abbiamo fatto in tempo a mettere in pausa questo film per andare a farci uno spuntino, siamo tornati a sedere, l’abbiamo fatto ripartire, e Henry Ford si era già evoluto in Bill Gates che si era evoluto in Zuckerberg (neanche fosse un pokemon leggendario).

Non ce ne siamo quasi accorti (io non me ne sono quasi accorto) e il paradiso della “coscienza di me stesso e dei miei bisogni che non devono per forza essere quelli di mio padre” è diventato l’inferno di “io e i miei bisogni e le mie volontà, prima e contro i bisogni e le volontà tuoi e di chiunque altro”. Non ce ne siamo accorti, che stava arrivando Trump? Che stava arrivando Grillo? Ma dove eravamo? A una lezione di yoga? A un corso di pilates?

Qui, nel merito, vedo due punti.

Il primo sembra troppo di sinistra e vagamente complottardo (come sembrano spesso, le cose di sinistra). Come dicevo qualche settimana fa, il sistema (ci sono altri modi più “moderni” e forse più precisi, per chiamarlo, ma chiamiamolo così tanto capiscono tutti a cosa ci stiamo riferendo), il sistema, allora, è felicissimo che siamo continuamente alla ricerca di noi stessi e di qualcos’altro che non sappiamo che diavolo sia ma che comunque non troveremo; nel farlo spenderemo un sacco di soldi, faremo debiti, ci monterà la rabbia o la depressione o entrambe. E avremo una vita da schifo.

Il secondo sembra troppo di destra. Se anche, per amor di discussione, diamo per assodato che dentro ognuno di noi ci sia un “io” autentico e profondo, non è magari una stupidaggine presumere che sempre, in ognuno, quell’io sia migliore della nostra apparenza esteriore e mediata? In altre parole: e se il mio vero io fosse uno stupratore seriale, un sadico molestatore di bambini, un cannibale o anche semplicemente un egocentrico sociopatico presidente di una grande nazione occidentale, siamo sicuri che sia un bene lasciargli mano libera? Non è che alla fine tutti avremo una vita da schifo?

Sia nell’ipotesi di destra che in quella di sinistra, rimane il fatto che un eccesso di attenzione verso l’interiorità, verso noi stessi, alla ricerca del nostro io “vero e profondo” sembra paradossalmente portare alla miseria nera.

Robert Waldinger è uno psichiatra che insegna alla Harvard Medical School ed è l’attuale direttore (ve ne sono stati altri tre prima di lui) di uno dei più lunghi studi mai realizzati sulla vita umana, lo Harvard Study of Adult Development. 724 persone sono state seguite dai ricercatori lungo 75 anni, chiedendo del loro lavoro, del loro quotidiano, della loro salute, lungo il percorso delle loro vite senza sapere come le loro storie si sarebbero evolute. Circa 60 di loro sono ancora vivi, hanno intorno ai 90 anni e stanno ancora partecipando allo studio. Oggi si stanno iniziando a studiare gli oltre 2.000 figli che hanno avuto.

“Quindi cosa abbiamo imparato? Quali lezioni sono racchiuse nelle decine di migliaia di pagine di informazioni che abbiamo generato su queste vite? Le lezioni non riguardano la ricchezza o la fama o lavorare sempre più sodo. Il messaggio più chiaro che otteniamo da questo studio di 75 anni è questo: le buone relazioni ci mantengono felici e più sani. Punto.”

E allora, se provassimo a considerare che è stata una grande stupidaggine, questa cosa della ricerca dell'autoaffermazione? O almeno che forse allora era una buona cosa ma oggi è diventata una stupidaggine? E se la finissimo di guardarci dentro e impiegassimo più tempo a guardarci intorno e a intessere relazioni?

 

Errori di metodo

Resettiamo tutto, ora. Come al solito.

Siamo partiti dicendo che, anche nel breve periodo, finiamo per trovarci sempre in ritardo, mettendo in atto meccanismi mentali che non tengono il passo coi tempi. Non solo nelle migliaia di anni che ci separano dalla nostra vita in Africa Orientale, ma anche dai pochi anni che ci separano dal secondo dopoguerra e dai primi movimenti di ribellione degli anni Sessanta.

Sto scrivendo questi interventi, in questi mesi, come sfida con me stesso, perché in realtà provo un fastidio sottopelle, come un prurito della coscienza, nel pensare che abbiamo bisogno di regole, di confini, di paletti e di stare dentro lo steccato.

Siamo sempre prigionieri dei nostri pregiudizi, e io faccio una fatica terribile a parlare in questo modo (come un Fonzie che non riesce a dire “ho sbagliato”): sono un progressista, moderno, occidentale, intelligente! Non posso dire che “la libertà è sbagliata”, che la liberazione sessuale, l’emancipazione delle donne, la musica rock e tutto quanto il resto, non erano la cosa giusta, per noi.

D’accordo, non esageriamo. Non era ovviamente tutto sbagliato. Forse qualcosa lo era. Forse diverse cose lo erano. Forse era il metodo, la misura, la scala, a non essere adatto. Forse è solo andato tutto troppo oltre. Forse alcune cose sono andate oltre. Forse abbiamo parlato troppo e molte delle cose che abbiamo detto ora vengono usate contro di noi (i poliziotti nei film americani ce lo ricordano sempre quando ci arrestano ma noi non ne teniamo mai conto).

Ma non è questo che voglio sottolineare adesso. Quello che trovo interessante è la fatica che facciamo sempre ad uscire dalla zona conosciuta, dalle sicurezze, dalle consuetudini. Nello specifico: libertà = progressista; regole = reazionario. Ma la realtà è sempre più complicata di come la immaginiamo, e a dire il vero a noi appare anche più complessa di quanto davvero sia (la nostra forma mentis non è fatta per interpretare sistemi così complessi). E soprattutto, le cose vanno più in fretta di quanto noi riusciamo a percepire, a registrare, a elaborare.

 

Euspeciali

Sono un tossico di giochi di parole, non resisto se ne vedo uno in lontananza. Per me sono come per Roger Rabbit la melodia di “Ammazza la vecchia…”, non ce la faccio proprio, a trattenermi. Ed è più spesso in inglese che ne incontro di fantastici. Uno che adoro da sempre è “bee yourself” (be yourself = sii te stesso / bee = ape).

Quella delle formiche (dice E.O.Wilson, che non lo ripeto più ma è un genio e ci farò presto un piccolo altare nel mio ufficio) è la società più simile alla nostra, tra tutte quelle degli animali sulla Terra. La differenza basilare con le società umane è che ogni singola formica è prima di tutto parte del formicaio, anzi è SOLO parte del formicaio (sì, certo che sono saltato dalle api alle formiche senza spiegazioni, ma mica ce l'avevo un gioco di parole con le formiche ... e comunque le api vanno bene lo stesso, anche loro vivono in superorganismi e hanno strutture sociali estremanete complesse).

Vorrei da tanto tempo fare una mostra sugli insetti eusociali (api, formiche, termiti). Il nostro direttore scientifico continua a ripetermi che prima o poi la faremo, ma che prima bisogna leggere tanto e studiare di più, perché è un argomento complesso e complesso e anche complesso.

Prima o poi ce la farò, a fargliela fare. Perché ritego che sia la cosa di gran lunga più interessante, per capire gli insetti e per capire gli umani. Io intanto mi sono letto quasi tutto Wilson, per prendermi avanti.

PS. Nella prossima puntata di "Serie deficienze" torneremo a parlare di commons (beni comuni), di Garrett Hardin, Elinor Ostrom, altruismo, sociobiologia e quella roba là a metà strada tra economia e biologia che vi piace tanto.