Bugiardi nati

autore Stefano Dal Secco
data 18 Ottobre 2017
discipline Intersezioni / Psicologia / Storia

Da pochi giorni abbiamo finito di scrivere e poi allestire una mostra sul mimetismo (“Animal Ninja” al Naturama Science Center di Udine). La maggior parte del contenuto verte sulle strategie mimetiche degli animali: insetti, rettili, pesci, anfibi e anche mammiferi. Tuttavia, per me che non sono né un biologo né un naturalista, ma semplicemente un curioso di tutto, la parte che mi ha appassionato maggiormente è quella che approfondisce il mimetismo umano.

Il testo che ci ha fatto da guida in questa nostra esplorazione del mimetismo umano è stato il volume di Ian Leslie del 2011 “Bugiardi nati” (Bollati Boringhieri, 2013).

Il cervello umano è forse il prodotto più straordinario dell’evoluzione, e anche il più misterioso. Ad un certo punto, tra un milione e mezzo e due milioni di ani fa, il cervello dei nostri antenati cominciò a crescere, e piuttosto rapidamente: i nostri antenati ominidi avevano un cervello grande circa un terzo del nostro attuale. Gli scienziati non hanno mai saputo dire con esattezza il perché. Il cervello ha un fabbisogno enorme, perché costituisce solo una piccola frazione della massa del corpo ma divora un quinto della sua energia. Un cervello grande necessita di più cibo, e più cibo significa maggiori rischi, quindi la nostra intelligenza superiore può essere vista come un lusso pericoloso. Il fatto che il nostro cervello sia divenuto più grande anche di quello delle scimmie è particolarmente difficile da spiegare. Noi e le scimmie vivevamo in ambienti simili, avevamo in comune il 98 percento del nostro DNA, eppure a un certo punto le abbiamo lasciate indietro. È come se Toby e Sarah, fratello e sorella dotati di capacità simili, ottenessero risultati affini durante i primi anni di scuola e poi in un certo trimestre Toby cominciasse a fare molto meglio della sorella, rispondendo a domande difficilissime e ottenendo risultati ottimi in tutte le verifiche. Non resterebbe che da chiedersi se non ci sia sotto qualche imbroglio.

Leslie inizia il suo racconto a proposito degli umani bugiardi dalla storia di Robinson Crusoe. Quando parliamo di questo racconto, che da romanzo è ormai diventato un archetipo, di solito lo intendiamo come l’epopea di un ingegnoso essere umano che sfruttando gli oggetti trovati sull’isola deserta in maniera inedita riesce ad aver ragione della natura selvaggia e ostile. Ma questa storia spiega molto poco del “come” e anche del “perché” siamo diventati quel che oggi siamo, di come ci siamo evoluti. Perché tralascia un pezzo della storia che invece è cruciale. Tralascia il selvaggio/compagno/servitore Venerdì. Tralascia gli altri umani!

Vivere in mezzo a una foresta, in definitiva non è così difficile: gli alberi non si muovono e le rocce non ci tendono agguati. Invece, vivere in mezzo a un gruppo di umani diventa mano a mano più complesso con il crescere del numero dei componenti il gruppo. Se facciamo parte di un clan composto di cinque persone, dovremo tenere a mente dieci rapporti tra gli individui del gruppo (chi è alleato con chi, a chi merita dedicare le nostre attenzioni). Se il gruppo invece è di venti persone, i rapporti da tenere sotto controllo sono novanta e a crescere è anche la frequenza con cui questi rapporti si modificano.

Noi siamo in grado di immaginare scenari originali e di progettare la nostra reazione rispetto a essi: riusciamo a “vedere” le cose prima che accadano, e poi – se siamo fortunati – a farle accadere (…) Ciascun membro del gruppo può contare sugli altri e ricevere aiuto per sopravvivere e prosperare, ma tutti devono altresì imparare a sfruttare gli altri, superarli in furbizia nella gara per il cibo e l’accoppiamento. In un ambiente simile, la sopravvivenza diventa un gioco di tattica, in cui è necessario guardare avanti, anticipare col pensiero ciò che accadrà e ricordare quel che è già successo. Bisogna avere una buona memoria per i volti, sapere chi ci ha fatto cosa stamattina o la settimana scorsa, chi sono gli amici e chi i nemici. Significa calcolare le conseguenze del proprio comportamento sugli altri, e gli effetti del comportamento altrui su di sé. E tutto questo deve avvenire in una situazione ambigua, in perenne mutamento.

“L’inferno sono gli altri” diceva Sartre. Per un verso ha ragione, gli altri sono l’inferno, ma anche un’opportunità.

Pochi anni fa (la pubblicazione è del 2004) l’antropologo inglese Robin Dunbar ha stabilito un rapporto diretto tra il volume della neocorteccia (lo strato più esterno del cervello, legato alla sfera dell’astrazione, della riflessione su di sé e delle previsioni) e la complessità della vita sociale. In pratica: i primati che vivono in gruppi grandi hanno cervelli grandi, quelli che vivono in gruppi piccoli hanno cervelli piccoli. Sulla base delle dimensioni del nostro cervello, noi Homo sapiens dovremmo essere in grado di gestire un gruppo sociale fino a 150 individui.

Messa giù in maniera ancora più brutale, quindi: migliore è il bugiardo, più grande è il cervello. Siamo diventati così bravi e intelligenti grazie all’inganno.

Da un punto di vista morale non è una gran bella figura, quella che ci facciamo. Tuttavia questi sono i fatti, questa è la realtà. Se è stato difficile per Darwin far accettare dalla società del suo tempo che eravamo parenti così prossimi di gorilla e scimpanzé, ecco un altro “passo indietro”, signori moralisti: avevate in definitiva ragione, noi siamo piuttosto diversi dalle scimmie, e siamo diversi perché siamo più subdoli, più bugiardi, più bravi nell’escogitare raggiri. Come mi capita spesso di dire: non siamo più brutti o più cattivi, ma siamo così; dobbiamo farci i conti, non far finta che le cose stiano diversamente.