Tragedie complesse

autore Stefano Dal Secco
data 7 Maggio 2016
discipline Intersezioni

La storia dello studio dei “commons” – una gestione collettiva delle terre che si pratica in Inghilterra fin dal medioevo – finisce per parlarci dei sistemi complessi legati alla sostenibilità ecologica sul pianeta (uso dell'acqua, fonti energetiche, sviluppo demografico, deforestazione) e dei superorganismi (api, formiche, termiti).

Questa storia inizia al principio dell’Ottocento. William Forster Lloyd era un economista inglese che oggi si ricorda quasi esclusivamente per un opuscolo che pubblicò nel 1833 (“Two Lectures on the Checks to Population”) in cui disquisiva sul possibile sovrasfruttamento dei terreni da pascolo comuni (i "commons", una tradizione molto antica, per cui alcuni alcuni appezzamenti di terreno sono proprietà collettiva di un gruppo di abitanti). In quel contesto, diceva Lloyd, può succedere che un pastore sfrutti in maniera eccessiva il terreno comune, per avere pecore migliori che produrranno quindi più figli. Ma dal momento che è ogni pastore a poter ragionare in questo modo, le pecore totali aumenterebbero a dismisura, l'erba verrebbe mangiata fino alle radici, il terreno si impoverirebbe in maniera drammatica e, nel lungo periodo, tutta la comunità finirebbe in miseria.

Troppi figli

La seconda puntata della storia arriva dopo più di un secolo. Nel 1968 Garrett Hardin, che insegna Ecologia Umana all’Università della California, pubblica su Science un articolo che verte principalmente sulle dinamiche di crescita della popolazione umana, ma prende lo spunto dall’opuscolo di Lloyd (l'articolo si intitola "The Tragedy of the Commons”).

Hardin vi sostiene che se un individuo viene considerato solamente per se stesso e non in relazione alla società umana o alla sua comunità locale, allora il punto di quanti figli egli abbia nella sua famiglia è una questione che si risolve esclusivamente dentro la sua famiglia (se fa troppi figli, non è in grado di mantenerli, i figli muoiono e lui non ha discendenti) e il controllo delle nascite non sarebbe cosa di interesse pubblico. Ma a un certo punto, dice, è intervenuto lo Stato sociale (che lui reputa colpevole della “tragedia” che da il titolo all’articolo) il quale si occupa dei figli dei genitori sconsiderati che procreano oltre le proprie capacità di mantenere la prole, evitando così la morte dei figli "in eccesso". In questo modo lo Stato si fa paladino dell’eccesso di natalità, facendolo diventare uno dei diritto fondamentale dell’uomo. (1)

Inoltre afferma che, per evitare il pericolo che deriva dell’individualismo che porta alcuni a sfruttare in maniera sconsiderata le risorse comuni a scapito di tutti gli altri, non si può assolutamente contare sulla coscienza o la buona volontà degli individui. La libertà, dice infatti, è il suggello finale sulla “tragedia dei beni comuni”. 

I beni comuni, chiude dunque Hardin, hanno bisogno di essere gestiti (vale a dire: “gestiti dall’alto”).

Nei fatti, a detta di molti commentatori, la posizione di Hardin è valida soprattutto a livello di metafora, perché al contrario, nella realtà, non descrive affatto il funzionamento dei “commons” inglesi, da cui pretendeva di partire, e neppure tiene conto delle innumerevoli variabili che sottendono un sistema complesso come quello dello sviluppo demografico sul pianeta Terra.

Benché sia stato molto criticato, occorre dire che nei successivi 30 anni l’articolo di Hardin è stato tra i più citati sul totale delle pubblicazioni scientifiche nel settore delle scienze naturali. La “tragedia dei beni comuni” è infatti un buon punto di partenza per molti studi, dal momento che tratta dell’accesso – privo di regolamentazione – a beni comuni che si presentano in quantità finita (così come acqua, foreste, pesci, e in generale tutte le risorse non rinnovabili). (2)

Non esistono soluzioni semplici

… poi, dall’altra parte, ci sono quelli che da decenni ci continuano a dire che qualunque cosa (persino acqua, energia, scuole, ospedali, banche) si gestisce da sola e se proprio proprio occorre qualcuno che tenga ogni tanto il timone, che questo sia un privato.

In mezzo (dove sta solitamente la soluzione che poi finisce per funzionare) ci sta Elinor Ostrom, Nobel per l’economia nel 2009. Il suo lavoro si concentra sulle interazioni tra gli esseri umani e gli ecosistemi in cui vivono. Le risorse comuni che Ostrom ha studiato includono le foreste, la pesca, le risorse fossili, i pascoli, i sistemi di irrigazione. Ha condotto i suoi studi recandosi direttamente sul campo: ha approfondito la gestione dei pascoli in Africa o i sistemi di irrigazione nei villaggi del Nepal.

Nel 1990 scrive un libro intitolato “Governing the Commons”, in cui dimostra che i gruppi di individui sono capaci di gestire le risorse di cui dispongono, "ma solo se si danno alcune condizioni". (3)

Tutto il lavoro della Ostrom ci dice che non esistono soluzioni semplici o panacee per i problemi complessi, come complesse sono le interazioni tra gli umani, e tra umani e ambiente. Non è che le soluzioni non esistano (i “commons” inglesi si sono mantenuti e gestiti per 500 anni, fino a che pochi anni fa non sono stati distrutti, privatizzandoli), ma si trovano in una zona molto distante da tutte le prese di posizione e da tutti gli assoluti.

Della periferia e del centro

La "tragedia dei beni comuni" di Hardin sembrava suggerire che i problemi si risolvono al meglio prendendo tutte le decisioni al livello più alto; ma centralizzare troppo ha anche pesanti inconvenienti. In realtà non esiste una soluzione perfetta a questo dilemma tra accentramento e decentramento: l’accentramento riduce i conflitti tra sottosistemi, ma con pesanti costi di gestione. D'altro canto, decentrare le decisioni aumenta la velocità e la flessibilità, a rischio però di conflitti tra le parti. La regola empirica da seguire è allora quella di prendere ogni decisione al livello più basso possibile, ma essere preparati a cedere il controllo a un livello superiore in caso di conflitti

Pensiamo a questo esempio, che tutti conosciamo, per chiudere. I sistemi biologici seguono la regola appena descritta già per conto loro: la maggior parte delle nostre funzioni corporee infatti sono svolte in modo autonomo e inconscio, lasciando le funzioni superiori libere per altri compiti (immaginate come sarebbe noiosa la nostra vita se ogni spostamento di un arto dovesse prevedere una serie di calcoli e ragionamenti; o ancor peggio se ogni battito cardiaco dovesse essere frutto di una nostra decisione volontaria). Solo quando qualcosa non va per il verso giusto e il sistema non riesce più ad autoregolarsi a livello periferico, veniamo "avvertiti”, così da porvi rimedio: un dolore alle ossa, l’alzarsi della temperatura.

NOTE

(1) In questo, Hardin accusa la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (Articolo 16). U Thant, terzo Segretario Generale delle Nazioni Unite, dal 1961 al 1971 dirà: “The Universal Declaration of Human Rights describes the family as the natural and fundamental unit of society. It follows that any choice and decision with regard to the size of the family must irrevocably rest with the family itself, and cannot be made by anyone else”.

(2) Un altro interessante spunto che possiamo prendere dalla “Tragedy of Commons” è il parallelo con i parassiti e il loro comportarsi talvolta in maniera “egoistica” tanto da uccidere il loro ospite.

(3) Questi sono le condizioni inizialmente identificate da Ostrom: a) Forte identità di gruppo e chiara identificazione del bene comune che viene condiviso; b) Proporzionalità tra costi e benefici; c) Scelte che siano prese in maniera collettiva; d) Monitoraggio; e) Applicazione graduale delle sanzioni; f) Meccanismi semplici di risoluzione dei conflitti; g) Riconoscimento del diritto ad autorganizzarsi da parte delle autorità esterne; h) Nel caso di appartenenza a sistemi sociali più ampi, deve esistere un adeguato livello di coordinamento.

 

TESTI

Garrett Hardin, "The Tragedy of the Commons”, 1968, Science, Vol. 162, Issue 3859, pp. 1243–1248 (http://science.sciencemag.org/content/162/3859/1243.full)

Elinor Ostrom, Governing the Commons: The Evolution of Institutions for Collective Action, Cambridge UK, Cambridge University Press, 1990